Morozov, l’eretico
Finisco ora di leggere un libro che un po' mi ha stupito, e un po' no. Si tratta de "L'ingenuità della rete", scritto da Evgeny Morozov, e tradotto in Italia dalla Codice edizioni. No, questa non è una pubblicità alla Codice, ma i pochi ebook interessanti che sto leggendo in questo periodo (non me ne vogliano gli altri editori) vengono tutti da lì. Ho ricominciato a leggere i saggi (mon dieu, cosa ne sarà di me? non dovevo dedicarmi ai romanzetti leggeri tipo i fratelli Karamazov?) e come al solito, si comportano come le ciliegie: uno tira l'altro.
L'ultima (unica) volta che vidi Morozov fu nel 2011 dallo streaming live dal Festival di Genova, e, nonostante non condividessi il suo pensiero, trovai interessanti molti dei suoi spunti. Se ne trova un piccolo sunto qui, sul sito di Pandemia. Morozov sosteneva, senza troppi giri di parole, che il potere della rete è altamente sopravvalutato, che non è la rete (da sola) a fare le rivoluzioni, e che i responsabili di questa sopravvalutazione sono i cosidetti "guru" della rete. Direte voi, nulla di nuovo, la rete è solo uno strumento. Il messaggio, l'azione, e tutto ciò che crea un cambiamento viene dalla forza delle azioni umane, dal condividere un pensiero, e dal realizzare un'azione più o meno incisiva. Io poi qualche mese fa ero decisamente dentro alla quotidianità dei social network, e quindi queste parole mi suonarono come eretiche.
Ho ritrovato Morozov qualche giorno fa mentre cercavo qualcosa da leggere fra gli ebook presenti in rete. La mia nuova religione mi impone di non comprare più libri cartacei e, con fatica, sto cercando di rispettare la mia autoimposta regola aurea. Ho ritrovato nel libro la sua tesi molto più estesa, molto più comprensibile, e piena di riferimenti storici che io non conoscevo. Uno fra tutti: secondo il responsabile del new media di Al Jazeera, Moeed Ahmad, durante la famosa protesta iraniana del 2010 contro Ahmadinejad, cito testualmente "i controlli effettuati [...] durante le proteste avevano confermato che c'erano solo 60 account Twitter attivi in Iran, ridottisi a 6 quando le autorità iraniane avevano reso più difficili le comunicazioni on-line". Chi era allora che twittava, mostrando così al mondo che era in atto una forte protesta contro il regime? Secondo le ricerche di Morozov erano proprio gli utenti occidentali a twittare. E, se ricordate bene, in quel momento, molti avevano inserito come luogo di partenza dei tweet proprio Teheran.
Questa notizia, già di per sé sconvolgente, si infarcisce di dati, commenti, ricerche "eretiche" svolte sul campo che dimostrano (o meglio, teorizzano) che l'idea che abbiamo della rete come motore di cambiamento va ampiamente ridimensionata. Secondo Morozov, inoltre internet, addizionato con la guerrilla marketing e con un sapiente uso della rete, potrebbe essere uno strumento in mano alle dittature non per indebolirsi, bensì per rafforzarsi. La stessa idea, partita da Wired, di proporre internet per il Premio Nobel per la pace, risulta già, con queste piccole riflessioni, priva di significato.
Qui, in un video datato di TED, una conferenza di Morozov che riassume molte delle sue riflessioni:
E allora?
E allora niente. È un libro che va letto. Così come i cattolici devono leggere, almeno una volta nella vita, i vangeli apocrifi, così noi altri fruitori della rete, dobbiamo leggere cose eretiche sul potere della rete. Un altro libro eretico? "Perché internet ci rende stupidi" di Nicholas Carr. Ma magari ne riparliamo un'altra volta...
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daniele barbieri
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http://dropseaofulaula.blogspot.com/ Gianluigi Filippelli
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jolek78
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